Perché alcune persone distruggono la propria felicità? La risposta di Freud

Perché alcune persone distruggono la propria felicità? La risposta di Freud

Di Santino Gaudio

Ci sono persone che trascorrono anni a cercare qualcosa che desiderano profondamente: un amore autentico, una relazione serena, un successo professionale, una vita finalmente soddisfacente. Eppure, quando quella possibilità diventa concreta, accade qualcosa di sorprendente. Cominciano a dubitare, si allontanano, provocano conflitti o prendono decisioni che finiscono per compromettere proprio ciò che avevano tanto desiderato. Perché qualcuno dovrebbe distruggere la propria felicità? Sigmund Freud si pose questa domanda più di un secolo fa, arrivando a una conclusione ancora oggi capace di farci riflettere.

Quando il successo diventa una minaccia

Nel 1916 Freud pubblicò Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico, dedicando una sezione a quelli che definì «Coloro che soccombono al successo». Aveva osservato un fenomeno apparentemente paradossale: alcune persone sviluppavano una sofferenza psichica non quando i loro desideri venivano frustrati, ma proprio quando riuscivano a realizzarli.

Freud comprese che un desiderio può essere tollerato finché rimane lontano, confinato nella fantasia. Quando invece diventa realizzabile, può risvegliare conflitti inconsci fino a quel momento silenziosi.

Immaginiamo una persona che abbia sempre desiderato una relazione stabile. Dopo numerose delusioni incontra qualcuno capace di offrirle affetto, rispetto e sicurezza. Eppure, anziché sentirsi finalmente serena, comincia a creare situazioni critiche, interpretare negativamente comportamenti innocui ed ad amplificare distanze. Non necessariamente perché abbia smesso di amare, ma perché quella felicità possibile può aver risvegliato qualcosa che non riesce a riconoscere.

Il senso di colpa di chi non riesce a essere felice

Per Freud, uno dei meccanismi alla base di questo paradosso è il senso di colpa inconscio. Una persona può desiderare consapevolmente qualcosa e, nello stesso tempo, vivere inconsciamente la sua realizzazione come una trasgressione.

Le origini di questo conflitto, nella prospettiva psicoanalitica, possono essere ricercate nelle esperienze infantili, nelle rivalità, nelle identificazioni familiari e nei divieti interiorizzati.

Nel 1924, con Il problema economico del masochismo, Freud approfondì il bisogno inconscio di punizione, mostrando come la sofferenza possa assumere un significato particolare nell’economia psichica.

Non significa che chi compromette la propria felicità desideri consapevolmente soffrire. Significa piuttosto che, talvolta, il desiderio di stare bene può entrare in conflitto con un’immagine profonda di sé, con ciò che una persona sente inconsciamente di meritare o di potersi concedere.

Perché continuiamo a ripetere ciò che ci fa soffrire?

Un’altra chiave di lettura emerge da Al di là del principio di piacere (1920), dove Freud sviluppa il concetto di coazione a ripetere.

Perché alcune persone sembrano ritrovarsi continuamente nelle stesse situazioni dolorose, anche quando avrebbero la possibilità di scegliere diversamente?

Nella prospettiva freudiana, non siamo guidati soltanto dalla ricerca del piacere. Possiamo riprodurre inconsapevolmente esperienze e modalità relazionali che appartengono alla nostra storia.

Chi ha conosciuto soprattutto relazioni instabili potrebbe trovare difficile accogliere un legame sereno. Non perché la sofferenza sia preferibile alla felicità, ma perché ciò che è familiare può esercitare una forza maggiore di ciò che è nuovo.

Levy, Seelig e Inderbitzin (1995), riprendendo il contributo freudiano, hanno approfondito le dinamiche cliniche delle persone che compromettono i successi raggiunti, evidenziando la complessità dei conflitti sottostanti.

Naturalmente, non ogni rinuncia rappresenta un autosabotaggio, né ogni relazione interrotta nasconde un conflitto inconscio. La psicoanalisi offre una possibile interpretazione, non una spiegazione valida per tutti.

Possiamo imparare ad accogliere la felicità?

La riflessione di Freud ci consegna una domanda importante: siamo davvero pronti a ricevere ciò che diciamo di desiderare?

Riconoscere le proprie contraddizioni può rappresentare il primo passo per comprendere perché, in alcune circostanze, ci allontaniamo da ciò che potrebbe farci stare bene.

Un percorso psicoterapeutico può aiutare a esplorare questi conflitti, distinguere i pericoli reali da quelli temuti e costruire modalità nuove di vivere le relazioni e le opportunità.

Forse il punto più profondo della riflessione freudiana è proprio questo: non sempre soffriamo perché la vita ci nega ciò che desideriamo. Talvolta soffriamo perché, quando finalmente possiamo averlo, qualcosa dentro di noi ci impedisce di accoglierlo.

Ma riconoscere questo conflitto significa anche aprire una possibilità diversa: imparare, poco alla volta, a non fuggire davanti alla felicità.


Bibliografia

Freud, S. (1916). Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro psicoanalitico. In particolare: «Coloro che soccombono al successo».

Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere.

Freud, S. (1924). Il problema economico del masochismo.

Levy, S.T., Seelig, B.J. and Inderbitzin, L.B. (1995). On those wrecked by success: a clinical inquiry. The Psychoanalytic Quarterly, 64(4), pp. 639–657. https://doi.org/10.1080/21674086.1995.11927468