Non tutti gli egoisti sono narcisisti

Non tutti gli egoisti sono narcisisti

DiSantino Gaudio.

Dare una diagnosi a chi ci ha fatto soffrire non sempre ci aiuta a comprenderlo

«È un narcisista». È diventata una delle diagnosi più frequenti nelle conversazioni quotidiane. La utilizziamo per l’ex partner che ci ha fatto soffrire, per chi pensa soprattutto a se stesso, per una persona vanitosa, manipolatoria, poco empatica o semplicemente egoista. Ma c’è un problema:narcisista non è sinonimo di egoista.

Il narcisismo, come molti aspetti della personalità, può essere pensato lungo un continuum. Alcuni tratti narcisistici possono essere presenti senza configurare necessariamente una patologia. Il disturbo narcisistico di personalità è invece una condizione clinica complessa, che non può essere riconosciuta sulla base di un singolo comportamento né, tanto meno, diagnosticata osservando dall’esterno una relazione sentimentale.

Nella diagnosi entrano in gioco caratteristiche persistenti della personalità e del funzionamento della persona: grandiosità, bisogno di ammirazione, senso di diritto, modalità problematiche nelle relazioni interpersonali e alterazioni dell’empatia. Anche quest’ultimo aspetto, spesso riassunto nella formula «il narcisista non prova empatia», è più complesso. La ricerca distingue infatti differenti componenti dell’empatia e suggerisce che nel disturbo narcisistico il loro funzionamento possa variare in relazione a fattori motivazionali e situazionali.

Avere incontrato una persona egoista non significa quindi avere incontrato una persona con un disturbo narcisistico di personalità.

La distinzione potrebbe sembrare una sottigliezza riservata agli specialisti. Non lo è. Negli ultimi anni il linguaggio psicologico e psichiatrico è progressivamente uscito dagli studi clinici per entrare nei social network e nelle conversazioni quotidiane. Parole come “narcisista”, “borderline”, “bipolare”, “trauma”, “trigger” e “gaslighting” vengono utilizzate sempre più frequentemente per interpretare relazioni, conflitti e comportamenti.

È il fenomeno che viene spesso definitotherapy-speak: il linguaggio della psicologia e della psicoterapia diventa linguaggio comune. Questa diffusione ha certamente un aspetto positivo, perché parlare di salute mentale oggi è più facile rispetto al passato. Il problema nasce quando la conoscenza delle parole viene confusa con la capacità di formulare una diagnosi.

Le diagnosi psichiatriche non sono aggettivi.

La letteratura scientifica invita, infatti, alla prudenza nell’utilizzo delle etichette diagnostiche. Gli effetti dellabellingsono complessi: una diagnosi può essere fondamentale per comprendere una condizione e orientare una cura, ma l’etichetta può anche modificare il modo in cui percepiamo una persona, favorire stereotipi e, in alcuni contesti, contribuire allo stigma.

Il rischio aumenta quando la diagnosi non nasce neppure da una valutazione clinica, ma viene attribuita da un amico, da un partner, da un video sui social o da una lista di caratteristiche trovata online. In quel momento la parola smette di essere uno strumento clinico e diventa una sentenza.

C’è poi un’altra conseguenza.Diagnosticare l’altro può impedirci di descriverlo. Dire «è un narcisista» sembra spiegare tutto. Dire invece «è stato egoista», «non ha rispettato i miei bisogni», «mi ha mentito», «ha cercato continuamente ammirazione» oppure «mi ha fatto soffrire» ci costringe a parlare dei comportamenti reali.

E forse è proprio questo il punto.

Non abbiamo bisogno di trasformare ogni comportamento che ci ferisce in una psicopatologia perché quel comportamento diventi importante.Una persona può comportarsi male senza avere un disturbo di personalità. Può essere egoista senza essere narcisista. E possiamo decidere di allontanarci da qualcuno senza avergli prima attribuito una diagnosi.

Restituire le diagnosi alla clinica non significa negare la sofferenza provocata dalle relazioni. Significa evitare di trasformare la psicopatologia in un vocabolario con cui giudicare gli altri.

A volte, prima di cercare una diagnosi, sarebbe sufficiente tornare a chiamare le cose con il loro nome.

Riferimenti bibliografici

Ritter K, Dziobek I, Preißler S, et al. Lack of empathy in patients with narcissistic personality disorder.Psychiatry Research. 2011;187(1-2):241-247. doi:10.1016/j.psychres.2010.09.013.

Baskin-Sommers A, Krusemark E, Ronningstam E. Empathy in narcissistic personality disorder: from clinical and empirical perspectives.Personality Disorders. 2014;5(3):323-333. doi:10.1037/per0000061.

Veldmeijer L, Terlouw G, Boonstra N, van Os J. Opening doors or building cages? The adverse consequences of psychiatric diagnostic labels.Current Opinion in Psychology. 2025;65:102076. doi:10.1016/j.copsyc.2025.102076.

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