Coazione a ripetere: perché ripetiamo sempre gli stessi errori?
Di Santino Gaudio
Ci promettiamo che non accadrà più. Eppure scegliamo ancora una persona che ci fa soffrire, entriamo nello stesso tipo di relazione, reagiamo nello stesso modo a un conflitto. Cambiano i protagonisti e le circostanze, ma qualcosa sembra ripetersi. È soltanto incapacità di imparare dai propri errori?
Più di un secolo fa Sigmund Freud si pose una domanda sorprendentemente simile. In Ricordare, ripetere e rielaborare (1914) osservò che durante l’analisi il paziente non sempre ricorda ciò che appartiene al proprio passato: talvolta lo ripete. Vecchi atteggiamenti, conflitti e modalità relazionali possono riapparire nel presente e anche nella relazione con l’analista. Ciò che non viene ricordato, in altre parole, può essere messo nuovamente in scena.
Nasce da qui il concetto di coazione a ripetere. Ma Freud sarebbe tornato sul problema alcuni anni dopo, attribuendogli un significato ancora più radicale.
In Al di là del principio di piacere (1920) si trova infatti davanti a un paradosso. Se la vita psichica tende a ricercare il piacere e ad allontanarsi dal dispiacere, perché l’essere umano sembra talvolta riprodurre proprio esperienze che gli hanno procurato sofferenza? Freud osserva la ripetizione nell’analisi, nei sogni traumatici e perfino nel gioco infantile. Arriva così a ipotizzare l’esistenza di una spinta alla ripetizione capace, in determinate circostanze, di andare oltre il principio di piacere.
È un’idea affascinante perché sembra parlare anche della vita quotidiana. Quante volte diciamo: «Mi succede sempre la stessa cosa»? Ma bisogna evitare una semplificazione molto diffusa: ripetere un errore non significa necessariamente essere vittime di una coazione a ripetere.
Il concetto freudiano è più complesso. Riguarda la possibilità che qualcosa del passato continui ad agire nel presente senza essere pienamente riconosciuto ed elaborato. In questa prospettiva, possiamo cambiare partner, lavoro o città e ritrovarci comunque all’interno di dinamiche sorprendentemente familiari. Non perché desideriamo consapevolmente soffrire, ma perché il passato può continuare a organizzare il nostro modo di vivere le relazioni.
A cent’anni di distanza, la coazione a ripetere rimane un concetto importante ma controverso nella teoria psicoanalitica. Levine (2020) ne ricostruisce l’evoluzione dal significato clinico del 1914 alla formulazione metapsicologica del 1920, sottolineando quanto abbia attraversato il pensiero freudiano. Altri autori ne hanno invece criticato l’uso troppo esteso: chiamare “coazione a ripetere” fenomeni molto differenti rischia di trasformarla in una spiegazione valida per tutto e, proprio per questo, poco precisa.
Forse è proprio questa cautela a rendere ancora interessante l’intuizione di Freud. Non ogni relazione fallita è la ripetizione di un trauma, non ogni scelta sbagliata nasconde necessariamente un conflitto inconscio e non tutto ciò che si ripete deve essere patologico.
Rimane però una domanda preziosa: quando qualcosa nella nostra vita continua a ripetersi nonostante ci faccia soffrire, stiamo davvero commettendo ogni volta un nuovo errore o stiamo, in qualche modo, riproponendo qualcosa di antico?
A volte interrompere una ripetizione può cominciare proprio da qui: riconoscere nel presente qualcosa che, fino a quel momento, avevamo creduto appartenesse soltanto al passato.
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Riferimenti bibliografici
Freud, S. (1914). Ricordare, ripetere e rielaborare (Erinnern, Wiederholen und Durcharbeiten).
Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere (Jenseits des Lustprinzips).
Levine, H.B. (2020). The compulsion to repeat: An introduction. The International Journal of Psychoanalysis, 101(6), 1162–1171. doi:10.1080/00207578.2020.



