Perché, quando qualcuno ci ferisce, dimentichiamo ciò che abbiamo amato?

Perché, quando qualcuno ci ferisce, dimentichiamo ciò che abbiamo amato?

Di Santino Gaudio

Ci sono relazioni nelle quali, dopo uno o più errori, sembra cambiare non soltanto il presente, ma anche il passato. Una persona che abbiamo amato, desiderato e stimato può diventare qualcuno di cui ricordiamo quasi esclusivamente i difetti, le mancanze e il dolore che ci ha provocato. I momenti felici non scompaiono davvero dalla memoria, ma sembrano perdere valore. Come se un solo episodio potesse riscrivere un’intera storia.

Naturalmente, non tutti gli errori hanno lo stesso peso. Un tradimento, una reazione verbale violenta o, ancor di più, fisica, una menzogna importante o una ripetuta violazione della fiducia possono modificare profondamente il giudizio su un partner. Esiste, tuttavia, una differenza tra riconoscere la gravità di ciò che è accaduto e arrivare a identificare una persona esclusivamente con il male che ha fatto.

Quando un errore diventa l’intera persona

La psicologia delle relazioni studia da tempo il modo in cui interpretiamo i comportamenti delle persone che amiamo. Bradbury e Fincham (1990) hanno osservato che, nelle coppie caratterizzate da insoddisfazione, è più frequente attribuire significati negativi ai comportamenti del partner.

Un gesto che prima appariva innocente può diventare una dimostrazione di egoismo. Una dimenticanza viene interpretata come disinteresse. Un silenzio come indifferenza. Non cambia necessariamente il comportamento osservato: cambia il significato che gli attribuiamo.

Dopo una ferita importante, questo processo può intensificarsi. L’errore non viene più considerato soltanto un comportamento, ma una prova definitiva di ciò che l’altro sarebbe sempre stato (un neologismo inserito nella Treccani che può rendere l’idea è “mostrificare”. L’altro viene mostrificato). Anche gli episodi precedenti rischiano di essere reinterpretati attraverso questa nuova convinzione. Il passato, anziché essere ricordato nella sua complessità, viene progressivamente ricostruito intorno alla delusione presente.

La difficoltà di tenere insieme il bene e il male

La psicoanalisi offre una possibile chiave interpretativa attraverso il concetto di scissione, sviluppato da Melanie Klein e successivamente approfondito da Otto Kernberg.

Nelle relazioni affettive siamo generalmente capaci di riconoscere che una stessa persona può possedere qualità importanti e, contemporaneamente, commettere errori dolorosi. Possiamo provare rabbia senza perdere necessariamente ogni sentimento positivo.

Quando questa capacità di integrazione si indebolisce, può diventare difficile mantenere insieme le due rappresentazioni. La persona amata rischia allora di trasformarsi, nella nostra esperienza emotiva, in una persona interamente negativa.

Non significa che ogni reazione intensa ad una ferita sia espressione di scissione. Né che chi è stato ferito debba continuare a riconoscere qualità che non ritiene più presenti. Il concetto descrive una possibile modalità difensiva attraverso cui la mente affronta sentimenti difficili da conciliare: amore e rabbia, desiderio e delusione, attaccamento e bisogno di proteggersi.

Ma esiste anche un’altra possibilità, meno evidente.

Svalutare per riuscire ad allontanarsi

Talvolta la svalutazione dell’altro potrebbe non essere soltanto una conseguenza della sofferenza, ma anche un modo per renderla più sopportabile.

Uno studio sperimentale di Langeslag e Sanchez (2018), pubblicato sul Journal of Experimental Psychology: General, ha mostrato che concentrarsi intenzionalmente sugli aspetti negativi dell’ex partner può ridurre temporaneamente i sentimenti amorosi, pur aumentando le emozioni spiacevoli.

Il risultato suggerisce che la rivalutazione negativa possa rappresentare una strategia di regolazione emotiva.

Continuare a riconoscere il bene ricevuto può rendere più dolorosa una separazione. Ricordare la tenerezza, la complicità e i momenti felici significa anche confrontarsi con ciò che si sta perdendo. Concentrarsi esclusivamente sugli aspetti negativi può rendere il distacco psicologicamente più sostenibile.

Non è necessariamente una scelta consapevole. E non significa che ogni giudizio negativo nasconda un sentimento d’amore ancora presente. Ma solleva una domanda interessante: qualche volta abbiamo bisogno di convincerci che l’altro non abbia avuto alcun valore per riuscire a lasciarlo andare?

Quando il dolore cambia i ricordi

Anche la memoria partecipa alla trasformazione delle relazioni. Ricordare non significa semplicemente recuperare una registrazione immutabile del passato. Il significato emotivo di un ricordo può cambiare nel tempo.

Una ricerca di Wu e colleghi (2026), pubblicata su Emotion, ha mostrato sperimentalmente che il perdono può ridurre la negatività associata al ricordo di un’offesa. Lo studio, condotto in un contesto sperimentale e non direttamente sulle coppie, suggerisce che comprendere le intenzioni dell’altro possa contribuire a modificare la rappresentazione emotiva di quanto accaduto.

La ruminazione può agire nella direzione opposta. McCullough e colleghi (2007) hanno osservato che il ripensare ripetutamente a un’offesa interpersonale si associa a una riduzione del perdono, con un ruolo importante della rabbia.

La ferita può così occupare uno spazio sempre maggiore nella vita mentale, mentre altri aspetti della relazione diventano meno accessibili emotivamente.

Il bene che è esistito non deve essere negato

Forse uno degli aspetti più difficili nella rottura di una relazione consiste proprio nel riuscire a conservare una rappresentazione complessa dell’altro.

Una persona può averci amato e averci ferito. Può aver condiviso con noi momenti autenticamente felici e aver successivamente commesso errori che rendono impossibile continuare la relazione. Le due realtà non si escludono necessariamente.

Riconoscerlo non significa giustificare, perdonare o riconciliarsi. E soprattutto non implica alcun dovere di rimanere in una relazione dannosa.

Significa, piuttosto, distinguere ciò che una persona ha fatto da tutto ciò che quella persona è stata nella nostra esperienza.

A volte una relazione finisce perché il male ricevuto è troppo grande, perché la fiducia non può essere ricostruita o perché il desiderio di continuare insieme è venuto meno. Non è necessario negare queste ragioni.

Ma forse non abbiamo bisogno di convincerci che non sia mai esistito nulla di bello per riconoscere che non possiamo più restare.

Un errore può cambiare il futuro di una relazione. Non per questo deve cancellarne tutto il passato e, in alcuni casi, un possibile futuro.

 

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Bibliografia essenziale

  1. Bradbury, T.N. and Fincham, F.D. (1990). ‘Attributions in marriage: Review and critique’, Psychological Bulletin, 107(1), pp. 3–33
  2. Langeslag, S.J.E. and Sanchez, M.E. (2018). ‘Down-regulation of love feelings after a romantic break-up: Self-report and electrophysiological data’, Journal of Experimental Psychology: General, 147(5), pp. 720–733.
  3. McCullough, M.E., Bono, G. and Root, L.M. (2007). ‘Rumination, emotion, and forgiveness: Three longitudinal studies’, Journal of Personality and Social Psychology, 92(3), pp. 490–505.
  4. Wu, S. et al. (2026). ‘Forgiveness updates interpersonal memories to be less negative’, Emotion, 26(4), pp. 787–805
  5. Klein, M. (1946). ‘Notes on some schizoid mechanisms’, International Journal of Psycho-Analysis, 27, pp. 99–110.