Il Super-Io, cent’anni dopo: ciò che ci rende diversi e, talvolta, ci fa soffrire
DiSantino Gaudio.
Più di cento anni fa Sigmund Freud descrisse una delle costruzioni teoriche destinate a lasciare un segno profondo nel modo in cui pensiamo la personalità umana: il Super-Io. Era il 1923 quando, ne L’Io e l’Es, Freud propose una nuova rappresentazione dell’apparato psichico articolata in Es, Io e Super-Io.
Un secolo dopo, molte cose sono cambiate nella psicologia e nella psichiatria. Eppure l’idea che dentro di noi esista una sorta di giudice interno, capace di osservare, valutare e talvolta condannare ciò che facciamo, rimane sorprendentemente attuale.
Il Super-Io non nasce con noi già formato. Si costruisce nel corso dello sviluppo attraverso un processo complesso di identificazioni e interiorizzazioni. Le figure genitoriali, i loro divieti, le aspettative, i valori e, progressivamente, le regole della società smettono di essere soltanto qualcosa che incontriamo all’esterno e diventano parte del nostro mondo interno.
È uno dei passaggi più affascinanti della teoria freudiana: a un certo punto della nostra crescita non abbiamo più bisogno che qualcuno ci dica continuamente cosa possiamo o non possiamo fare. Una parte di quell’autorità ha ormai preso dimora dentro di noi.
Ed è necessaria.
Senza una funzione capace di porre limiti alle richieste pulsionali, di confrontare i nostri comportamenti con determinati valori e di consentirci di sperimentare responsabilità verso gli altri, la convivenza sarebbe estremamente difficile. Il Super-Io partecipa quindi alla costruzione della nostra identità morale e alla possibilità stessa di vivere insieme agli altri.
Ma proprio qui compare il paradosso.
Ciò che dovrebbe proteggerci può anche diventare una fonte di sofferenza.
Il Super-Io, infatti, non è necessariamente equilibrato. Può essere più o meno rigido, severo, esigente. E forse proprio questa diversa configurazione contribuisce a spiegare perché persone poste davanti alla stessa situazione possano viverla in modi profondamente differenti.
Una persona commette un errore e riesce a riconoscerlo, ripararlo e andare avanti. Un’altra continua a pensarci per giorni. Un’altra ancora trasforma quell’errore in una sentenza su se stessa: “Ho sbagliato” diventa “sono sbagliato”.
La differenza è enorme.
È in questo passaggio che possiamo intravedere il lato più severo del Super-Io. Non più soltanto una funzione che stabilisce un limite, ma una voce interna che pretende, rimprovera, confronta e condanna.
Freud svilupperà ulteriormente questa intuizione ne Il disagio della civiltà del 1930. Il rapporto tra Super-Io e senso di colpa diventa qui centrale: l’autorità esterna viene progressivamente interiorizzata e la coscienza morale finisce per esercitare sull’Io una sorveglianza che può diventare particolarmente severa.
Questo permette di comprendere un fenomeno apparentemente contraddittorio: possiamo soffrire anche quando nessuno ci sta giudicando.
Non serve necessariamente un accusatore esterno. Possiamo averlo già dentro.
È ciò che accade quando ci imponiamo standard quasi impossibili, quando un successo non sembra mai sufficiente, quando il riposo genera colpa, quando ogni errore viene vissuto come una sconfitta personale o quando sentiamo continuamente di dover essere migliori di ciò che siamo.
Il Super-Io può allora trasformarsi da limite necessario a tribunale permanente.
E il suo giudizio possiede una caratteristica particolare: da noi stessi è difficile fuggire.
Questo non significa naturalmente che ogni senso di colpa sia patologico. Al contrario. La capacità di riconoscere la responsabilità delle proprie azioni, provare rimorso e modificare un comportamento è essenziale nella vita psichica e nelle relazioni. Il problema nasce quando la distanza tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di dover essere diventa troppo grande, oppure quando il giudizio interno perde proporzione rispetto alla realtà.
Due persone possono quindi avere vite apparentemente simili e abitare mondi interiori completamente diversi. Una può concedersi di sbagliare. L’altra deve essere impeccabile. Una riesce a perdonarsi. L’altra conserva dentro di sé un giudice che non concede appello.
Forse è anche per questo che il concetto freudiano di Super-Io continua a interrogarci dopo più di un secolo.
Freud non ci ha semplicemente detto che esistono delle regole dentro di noi. Ha suggerito qualcosa di molto più inquietante e, nello stesso tempo, profondamente umano: il modo in cui siamo stati guardati, educati, approvati, rimproverati e amati può trasformarsi nel modo in cui, un giorno, guarderemo noi stessi.
Ed è qui che una teoria formulata nel 1923 incontra ancora l’esperienza quotidiana.
Perché crescere non significa soltanto imparare a controllare ciò che desideriamo. Significa anche costruire la voce con cui parleremo a noi stessi.
E quella voce può guidarci, proteggerci e aiutarci a vivere con gli altri.
Ma quando diventa troppo severa può anche farci soffrire.
Riferimenti bibliografici
Freud, S. (1923). Das Ich und das Es [L’Io e l’Es]. In Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, vol. XIX, pp. 12–59.
Freud, S. (1930). Das Unbehagen in der Kultur [Il disagio della civiltà]. In Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, vol. XXI, pp. 59–145.




