La mente nasce in due: l’intuizione di Bion sul rapporto madre-bambino

La mente nasce in due: l’intuizione di Bion sul rapporto madre-bambino

Di  Santino Gaudio.

 

Nei primi mesi di vita un bambino non sa ancora dare un nome a ciò che sente. Non sa che quella sensazione dolorosa è fame, che quella tensione è paura, che il disagio che lo attraversa finirà. Sente, piange, si agita. E cerca qualcuno.

È proprio in questo spazio, apparentemente semplicissimo, tra il pianto di un bambino e la risposta di chi si prende cura di lui, che Wilfred Bion ha collocato uno dei processi più affascinanti dello sviluppo psichico.

Quando le emozioni non hanno ancora un nome

Nel suo  Learning from Experience, pubblicato nel 1962, Bion descrive le esperienze emotive più primitive attraverso il concetto di  “elementi beta”. Sono sensazioni ed emozioni ancora grezze, non elaborate mentalmente: esperienze che il bambino vive, ma che non possiede ancora gli strumenti per comprendere e trasformare in pensiero.

Il neonato può allora, secondo il modello bioniano, proiettare questi stati intollerabili nella madre. Ma ciò che accade dopo è fondamentale.

La madre non si limita a riceverli.

Li trasforma.

Bion chiama  rêverie materna  quella particolare disposizione mentale attraverso la quale la madre è capace di accogliere le comunicazioni emotive del bambino, comprese quelle più confuse e angoscianti, attribuendo loro progressivamente un significato.

Il bambino piange disperatamente. La madre lo prende in braccio. Cerca di capire: avrà fame? Avrà freddo? Sarà spaventato? Lo contiene, gli parla, lo accarezza.

Forse non indovina immediatamente ciò di cui ha bisogno. E non è necessario che lo faccia sempre. Ciò che conta è che provi a dare un significato a qualcosa che, nella mente del bambino, un significato ancora non possiede.

Una mente che contiene un’altra mente

Bion utilizza una delle sue immagini più importanti: quella del  contenitore e del contenuto.

La mente materna diventa temporaneamente il contenitore di esperienze che la mente ancora immatura del bambino non riesce a contenere da sola. Attraverso quella che Bion definisce  funzione alfa, l’esperienza emotiva grezza può essere trasformata in qualcosa di mentalmente rappresentabile. È il passaggio dagli elementi beta agli elementi alfa.

In termini inevitabilmente semplificati, potremmo dire che, prima di poter pensare autonomamente ciò che prova, il bambino ha bisogno che qualcuno lo aiuti a farlo.

Prima ancora delle parole, esiste dunque una relazione.

E dentro quella relazione comincia lentamente a costruirsi la possibilità di riconoscere, tollerare e successivamente pensare i propri stati interni.

La presenza non significa perfezione

Parlare dell’importanza della madre nei primi mesi di vita non dovrebbe però trasformarsi nell’ennesima richiesta di perfezione rivolta alle madri.

Una madre può essere stanca, preoccupata, può non comprendere immediatamente perché il proprio bambino pianga. Può avere bisogno, a sua volta, di essere aiutata e sostenuta.

La presenza di cui stiamo parlando non coincide con un controllo continuo del bambino, né con l’idea che ogni sua necessità debba essere anticipata. Significa soprattutto  disponibilità emotiva: esserci abbastanza da poter ricevere i suoi segnali, cercare di comprenderli e rispondervi.

Ed è importante aggiungere che, se utilizziamo il termine “madre” parlando di Bion, lo facciamo anche rispettando il linguaggio e il contesto storico della sua teoria. Oggi quella funzione può essere pensata più ampiamente come una  funzione di caregiving e non necessariamente come una prerogativa esclusiva della madre biologica.

Cosa ci dice oggi la ricerca

Bion costruì il proprio modello all’interno della teoria psicoanalitica, non attraverso gli strumenti della moderna ricerca sperimentale. Sarebbe quindi scorretto presentare le neuroscienze o la psicologia dello sviluppo contemporanee come una “dimostrazione” della sua teoria.

Esiste però una convergenza interessante.

Una grande meta-analisi pubblicata nel 2024, comprendente 174 studi e oltre 22.000 diadi caregiver-bambino, ha riscontrato un’associazione positiva tra sensibilità del caregiver — cioè capacità di riconoscere, interpretare e rispondere ai segnali del bambino — e sicurezza dell’attaccamento. È significativo che l’associazione sia stata osservata sia per la sensibilità materna sia per quella paterna.

Anche lo sviluppo della regolazione emotiva sembra avvenire profondamente all’interno della relazione. Una revisione sistematica sulle interazioni genitore-bambino nei primi due anni di vita sottolinea come la regolazione emotiva precoce si sviluppi principalmente attraverso gli scambi sociali con chi si prende cura del bambino.

Un recente studio longitudinale è arrivato ancora più vicino al problema: la sensibilità materna osservata già a 2-3 mesi risultava collegata alle modalità con cui, a nove mesi, i bambini affrontavano situazioni emotivamente impegnative, anche attraverso comportamenti di auto-consolazione.

Sono linguaggi teorici e scientifici differenti. Ma sembrano incontrarsi almeno su un punto:  all’inizio della vita la regolazione delle emozioni è profondamente relazionale.

Prima di riuscire a consolarci da soli

Quando un adulto riesce a riconoscere un’emozione, a tollerare una frustrazione o a dirsi che un momento di angoscia passerà, compie operazioni mentali che oggi possono apparirgli naturali.

Eppure non siamo nati sapendole fare.

La straordinaria intuizione di Bion è stata immaginare che una parte di questa capacità nasca dall’incontro con un’altra mente. Una mente che, quando ancora non potevamo comprendere ciò che ci stava accadendo, ha provato a comprenderlo insieme a noi.

Per questo la presenza nei primi mesi di vita non è soltanto vicinanza fisica. È attenzione, risposta, contenimento, disponibilità emotiva.

Forse potremmo dirlo nel modo più semplice:  all’inizio della vita non abbiamo ancora parole per ciò che sentiamo. Prima di imparare a pensare le nostre emozioni, abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a renderle pensabili.

Riferimenti essenziali

Bion, W.R. (1962). Learning from Experience. London: Heinemann.

Bion, W.R. (1963). Elements of Psycho-Analysis. London: Heinemann.

Madigan, S. et al. (2024). Maternal and paternal sensitivity: Key determinants of child attachment security examined through meta-analysis. Psychological Bulletin, 150(7), 839–872. doi:10.1037/bul0000433.

Rattaz, V. et al. (2022). Associations between parent-infant interactions, cortisol and vagal regulation in infants, and socioemotional outcomes: A systematic review. Infant Behavior and Development, 67, 101687. doi:10.1016/j.infbeh.2022.101687.

 

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