Dallo psichiatra non ci vanno i “matti”

Dallo psichiatra non ci vanno i “matti”

Di  Santino Gaudio

«Io dallo psichiatra? Non sono mica matto».

È una frase che molti psichiatri hanno ascoltato almeno una volta. A volte viene pronunciata sorridendo, altre con autentica preoccupazione. Dietro quelle parole sopravvive uno dei pregiudizi più resistenti sulla salute mentale: l’idea che rivolgersi a uno psichiatra significhi necessariamente essere affetti da una grave malattia mentale.

Naturalmente non è così.

Lo psichiatra è un medico specializzato nella prevenzione, nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi psichici. Ci si può rivolgere a lui per ansia, insonnia persistente, attacchi di panico, alterazioni dell’umore, difficoltà alimentari o sintomi che compromettono la vita quotidiana. E una consulenza non implica automaticamente una diagnosi né una prescrizione farmacologica.

Eppure esiste una curiosa asimmetria. Nessuno pensa che una visita cardiologica significhi necessariamente avere una grave malattia del cuore. La parola «psichiatra», invece, suscita ancora in alcune persone vergogna, diffidenza e timore del giudizio.

La paura dell’etichetta

Non si tratta soltanto di impressioni. Una revisione sistematica di Clement e colleghi (2015), comprendente 144 studi e oltre 90.000 partecipanti, ha mostrato che lo stigma può ostacolare la ricerca di aiuto per problemi di salute mentale. Tra gli aspetti più rilevanti figurano lo stigma interiorizzato e quello associato al trattamento.

Ma da dove nasce questa resistenza? Uno studio di Schomerus e colleghi (2009), dedicato specificamente alla disponibilità a consultare uno psichiatra per la depressione, offre una distinzione illuminante. Non era tanto l’aspettativa di essere discriminati dagli altri a risultare associata a una minore disponibilità a chiedere aiuto, quanto gli atteggiamenti stigmatizzanti delle persone stesse verso il trattamento psichiatrico.

In altre parole, talvolta non abbiamo soltanto paura di ciò che gli altri penseranno di noi: abbiamo già fatto nostro quel giudizio. E il pregiudizio può impedirci di chiedere una valutazione proprio quando ne avremmo bisogno.

Una visita non è un’etichetta

La visita psichiatrica è prima di tutto un incontro clinico. Il medico ascolta, ricostruisce la storia della persona, valuta i sintomi, la loro durata e il loro impatto sulla vita. Può riconoscere un disturbo, ma anche individuare difficoltà transitorie che non richiedono farmaci, orientando eventualmente verso altri interventi.

Soprattutto, una diagnosi non coincide mai con l’identità di una persona. Avere un disturbo d’ansia o una depressione non significa essere riducibili a quella condizione. Come accade in ogni altro ambito della medicina, il nome di una malattia serve a comprendere e curare, non a definire il valore di chi ne soffre.

Il peso delle parole

«Matto», «pazzo», «fuori di testa»: espressioni spesso usate con leggerezza, ma che, quando vengono associate alle cure psichiatriche, possono alimentare distanza e vergogna. Henderson e colleghi (2013) hanno richiamato l’attenzione sul ruolo dei pregiudizi e della discriminazione attesa nell’evitamento o nel ritardo della richiesta di assistenza.

Le conseguenze non sono soltanto culturali. Chi teme un’etichetta può nascondere la propria sofferenza, rimandare una visita o rinunciare a un sostegno utile. E così la paura di apparire malati rischia di diventare più dannosa della possibilità di riconoscere un problema.

Forse la domanda giusta non è: «Che cosa penseranno di me se vado dallo psichiatra?». È piuttosto: «Sto vivendo qualcosa per cui potrebbe essermi utile il parere di uno specialista?».

Chiedere aiuto non significa essere deboli, né necessariamente essere malati. Significa riconoscere che anche la salute mentale merita attenzione, senza dover aspettare che la sofferenza diventi insopportabile.

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Bibliografia di riferimento

Clement S, Schauman O, Graham T, et al. (2015). What is the impact of mental health-related stigma on help-seeking? A systematic review of quantitative and qualitative studies. Psychological Medicine, 45(1), 11–27. https://doi.org/10.1017/S0033291714000129

Schomerus G, Matschinger H, Angermeyer MC (2009). The stigma of psychiatric treatment and help-seeking intentions for depression. European Archives of Psychiatry and Clinical Neuroscience, 259(5), 298–306. https://doi.org/10.1007/s00406-009-0870-y

Henderson C, Evans-Lacko S, Thornicroft G (2013). Mental illness stigma, help seeking, and public health programs. American Journal of Public Health, 103(5), 777–780. https://doi.org/10.2105/AJPH.2012.301056